di Massimo Fini
Nel tentativo, tipico della società contemporanea, di occultare, nascondere, negare la vecchiaia, la corsa all’eufemismo non conosce limiti. Adesso "la terza età" non basta più. Si parla di "Gold Age", di "New Gold Age", di "Nouvel Age", di "Papy Boomers", di "normali diversi" fino all’esilarante "diversamente giovani".
"Caratteristica essenziale della nostra società bizantina è di mettere le parole al posto delle cose", scriveva a metà dell’800 Edgar Quinet nel suo libro "La Rivoluzione" in polemica con quella cultura illuminista di cui noi siamo eredi. Ma le cose (la realtà) hanno una forza che nessun eufemismo può sconfiggere aggiungendovi anzi un che di irridente. Uno zoppo resta tale anche se lo chiamiamo "motuleso". E così è per il vecchio.
I Latini, che erano meno ipocriti di noi, chiamavano la vecchiaia "atra senectus", cupa vecchiaia. La vecchiaia, in tutti i tempi, è sempre stata un’età crudele della vita, ma nella nostra società è diventata una condizione particolarmente intollerabile. Per varie ragioni. Una deriva proprio dal fatto di negarla, per cui la vecchiaia ha perso anche uno dei pochi piaceri che può ancora dare; quello di lasciarsi andare alla propria età e ai suoi inevitabili limiti.