di Francesco Lamendola
Abbiamo sostenuto più volte che alla radice dei nostri errori esistenziali vi è essenzialmente l’attaccamento: l’attaccamento smodato, compulsivo, nevrotico, alle situazioni. alle cose e soprattutto alle persone; che può manifestarsi nelle due forme - solo apparentemente opposte - della brama e del timore.
Vogliamo ora riprendere questo concetto e vedere in quale misura e in quali forme esso abbia una ricaduta nella concretezza della nostra vita affettiva, che è alla base del nostro benessere e, per usare una parola grossa, della nostra possibilità di essere felici.
In generale, noi ci attacchiamo alle cose per una forma di ignoranza circa la reale natura dell’affettività e per una sottovalutazione della nostra capacità di amare. In altri termini, ci sembra che solo afferrandoci alle cose e alle persone noi troveremo la nostra sicurezza affettiva: perché abbiamo costantemente bisogno di sentirci sicuri e, quindi, di sentirci amati.
Tutto ciò nasce da una profonda sfiducia in noi stessi, dato che, evidentemente, non ci sentiamo abbastanza sicuri di noi da poter accettare l’idea che possiamo bastare a noi stessi; o - il che è la stessa cosa, ma considerata da un altro punto di vista - che possiamo amare veramente tutto il mondo, senza però cadere nell’attaccamento egoistico.
Ci sembra, cioè, che, se non ci adoperiamo in ogni modo per conquistare e conservare, con le unghie e con i denti, il nostro pezzettino di sicurezza affettiva, il primo soffio di vento ci spazzerà via, insieme alle cose che amiamo, lasciandoci nudi ed esposti, come i più miseri esseri dell’universo.