Unabomber: la mano di Gladio?
di Stefania Nicoletti
1. Gli attentati e la vicenda giudiziaria.
Dal 1994 al 2006, un bombarolo semina il terrore e insanguina città e paesi del Nord Est.
Quasi subito viene soprannominato “Unabomber” dalla stampa. Il nome deriva da quello di un terrorista americano, Theodore Kaczynski.
L’Unabomber nostrano fabbrica ordigni all’inizio di tipo rudimentale, poi sempre più sofisticati.
Tutti gli ordigni sono progettati e costruiti non per uccidere ma per ferire e mutilare.
Colpisce nella zona a cavallo tra Veneto e Friuli Venezia Giulia.
Le sue vittime sono persone comuni, tra cui donne che si recano a fare la spesa, fedeli che assistono alla messa, e molti bambini.
Gli ordigni, infatti, spesso vengono inseriti in pennarelli, uova di cioccolato, barattoli di nutella, tubetti di bolle di sapone… oggetti diretti appunto all’attenzione dei bambini.
L’attentatore predilige situazioni ordinarie, della vita di tutti i giorni: soprattutto ambienti come supermercati, cimiteri, chiese.
Inoltre colpisce prevalentemente nei fine settimana e nei giorni di festa, o in particolari ricorrenze civili e religiose, come il 25 aprile, il 2 novembre, Natale, la notte della Vigilia, Carnevale.
Spesso piazza i suoi ordigni in ambienti con una grande concentrazione di persone, come ad esempio alla Sagra dei Osei di Sacile, o in estate sulle spiagge venete e friulane, o nel confessionale di una chiesa durante la messa di mezzanotte.
L’impressione è che, con le sue azioni terroristiche, voglia colpire appunto la vita di tutti i giorni, soprattutto nei momenti di maggiore gioia e serenità per la popolazione: una manifestazione fieristica all’aperto, le festività natalizie, le vacanze estive.
Di particolare rilievo, e diverso per modalità e obiettivo, è invece l’attentato al Tribunale di Pordenone, che, come vedremo più avanti, può essere interpretato come una vera e propria minaccia in codice ai magistrati che stavano indagando su di lui.
Le indagini sono però frammentarie. Quattro procure diverse (Pordenone, Udine, Treviso, Venezia) portano avanti indagini distinte e non collegate tra di loro. Ogni procura indaga sui fatti avvenuti nel proprio territorio di competenza, dando così vita a quattro indagini distinte.
Nel corso degli anni oltre 20 magistrati si sono occupati a vario titolo della vicenda.
Solo nel 2003 si deciderà di costituire una Squadra Anti-Unabomber, che finalmente unifica le quattro procure e accentra le indagini a Trieste e Venezia.
Ma nel 2008 questo pool investigativo interforze verrà sciolto.
Vengono chiamati a collaborare alle indagini anche i RIS di Parma e alcuni esperti americani dell’FBI.
Ma le indagini sono segnate da numerosi errori da parte degli inquirenti, mancanza di coordinamento tra le procure, e continue fughe di notizie.
Nel 2004 viene arrestato Elvo Zornitta, un ingegnere aeronautico residente ad Azzano Decimo, in provincia di Pordenone.
Nella sua abitazione viene trovato diverso materiale che, secondo gli inquirenti, riconduce ad Unabomber.
In particolare viene sequestrato un paio di forbici che in seguito verrà considerato una prova schiacciante nei confronti di Zornitta; il quale, a detta dell’accusa, avrebbe usato proprio quelle forbici per tagliare un lamierino trovato in un ordigno inesploso.
Il processo contro Zornitta si basa quasi esclusivamente su questa prova.
Ma la difesa – uno dei difensori di Zornitta è Maurizio Paniz, avvocato bellunese molto conosciuto nel Triveneto, e deputato del PDL – ribalta la super-perizia, dimostrando che il lamierino era stato modificato dopo il sequestro, usando le forbici di Zornitta.
Per la manomissione della prova, viene accusato l’ispettore Ezio Zernar, capo del Lic (laboratorio indagini criminalistiche) di Venezia, perito balistico autore dell’accertamento.
Nel 2009 il Gip di Trieste archivia il procedimento contro Elvo Zornitta.
E per la prima volta la magistratura ammette che Unabomber non è un singolo individuo, ma è probabilmente un gruppo di attentatori.
2. Le cose che non quadrano.
Negli oltre 30 attentati a lui attribuiti, non è stata trovata una sola impronta digitale utile ad individuare Unabomber.
Non c’è nessun testimone che abbia visto il bombarolo posizionare i suoi ordigni. Eppure molto spesso si tratta di luoghi affollati, come spiagge, supermercati, chiese.
Non c’è nessuna telecamera che abbia rilevato un’immagine utile a identificare l’attentatore. Nemmeno nel caso del Tribunale di Pordenone. Le telecamere erano sì in funzione, ma il nastro era deteriorato dalle troppe registrazioni.
Gli ordigni sono stati definiti “rudimentali” e fatti in casa, facendo in questo modo credere che Unabomber sia un bombarolo seriale solitario, un maniaco isolato, un uomo qualunque con qualche elementare conoscenza qua e là, che si diverte a fabbricare esplosivi nel proprio laboratorio “artigianale”, come se fossero petardi.
In realtà si tratta di micro-bombe molto sofisticate tecnologicamente. E la mano che ha confezionato quegli ordigni è quella di un professionista. Un esperto in esplosivi. Una persona addestrata militarmente.
Per molti anni, la magistratura ha continuato a sostenere la tesi del bombarolo seriale isolato.
Una tesi che, però, non sta in piedi. Impossibile per un solo uomo mettere in atto decine di attentati e continuare imperterrito per 12 anni, senza mai commettere un errore o una svista, e senza mai lasciare la benché minima traccia di se stesso.
La tecnica usata fa pensare non ad un singolo individuo, ma ad una squadra – e come vedremo, ad una squadra di esperti, con competenze specifiche.
Molto particolare è l’utilizzo mediatico che Unabomber riesce a fare di se stesso e dei suoi attentati.
Ha creato il proprio mito, conquistando le prime pagine di giornali e telegiornali nazionali e monopolizzando, in certi periodi, la discussione dell’opinione pubblica. Ma lo fa riuscendo a non aumentare mai l’intensità o la frequenza delle sue azioni. È in grado di piazzare sempre gli ordigni al momento giusto, mantenendo un livello costante di panico e di clamore mediatico.
Inoltre conosce le modalità e gli strumenti di indagine, tanto che riesce a non lasciare alcuna traccia di sé, eludendo e rendendo vane tutte le analisi della polizia scientifica, anche quelle sul DNA.
Tutte queste caratteristiche e competenze, fanno pensare a un professionista – o meglio, a un gruppo organizzato di professionisti – che sa esattamente cosa fare e lo fa al meglio; sa muoversi con destrezza in questo campo, perché è ciò per cui è stato addestrato, e ha profonde conoscenze sia dei metodi di indagine che di guerra psicologica.
Un “gladiatore”?
3. Le coincidenze e i messaggi in codice.
Facciamo ora un passo indietro, a prima della comparsa di Unabomber.
E andiamo alla stagione delle stragi “mafiose” del ’92-’93.
Stragi che in realtà sono state ideate dai servizi segreti e da Gladio, e sono state rivendicate dalla sigla Falange Armata: un’organizzazione – o meglio un’operazione – nata in seno ai servizi, specializzata in terrorismo e guerra psicologica, che operò agli inizi degli anni ’90 (e di cui ci siamo occupati in questo blog: http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/01/capaci-damelio-fauro-georgofili-sono.html ; http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/05/gladio-il-principale-segreto-della.html).
Secondo Francesco Paolo Fulci, ex segretario generale del Cesis (l’ufficio di coordinamento dei servizi segreti), dietro la sigla “Falange Armata” ci sarebbero uomini di Stato. Tutti appartenenti alla VII divisione del Sismi (quella da cui dipendeva Gladio) e facenti capo al cosiddetto nucleo “K”.
La Falange Armata, nei primi anni ’90, rivendicò di tutto: stragi mafiose, omicidi comuni, attentati a tribunali…
Veniamo dunque alle bombe del ’93.
27 maggio 1993: a Firenze, in via dei Georgofili, esplode un’autobomba, che provoca 5 morti e 48 feriti. La strage viene rivendicata dalla Falange Armata – Gruppo 17 novembre.
Il telefonista utilizza il codice numerico di identificazione 763321: ovvero lo stesso codice usato per la strage di Via D’Amelio – anch’essa rivendicata dalla Falange Armata – in cui persero la vita il giudice Borsellino e la sua scorta.
28 luglio 1993: con una telefonata all’Ansa di Bologna, la Falange Armata rivendica anche gli attentati di Milano e Roma.
Il codice di riconoscimento è sempre lo stesso: 763321.
La Falange Armata utilizzò diversi codici per le sue rivendicazioni, ma tutti iniziavano con il prefisso 763. L’utilizzo del numero 321, invece, è iniziato con l’attentato a Borsellino.
La Falange Armata, nelle telefonate, si attribuì il nome “17 novembre”.
E il giorno dell’anno numero 321 è proprio il 17 novembre.
17 e 11 sono numeri che compaiono spesso negli attentati di Unabomber.
Il 17 novembre, inoltre, è il giorno di Santa Vittoria.
E anche “Vittoria” è un elemento che compare negli attentati di Unabomber, usato come rivendicazione ambientale.
Ad esempio: la prima volta che il bombarolo colpì in chiesa, fu alla vigilia di Natale del 2002; un ordigno esplose nel duomo di Cordenons, in piazza Vittoria.
Mentre invece qualche mese dopo, sul greto del Piave, esplose un ordigno sotto un pilone del Ponte della Vittoria; avvenne il 25 aprile, data della “vittoria” sul nazifascismo; sull’argine destro del fiume Piave, dove nel 1918 ci fu la “vittoria” dell’esercito italiano contro l’impero austro-ungarico.
La scelta della data e del luogo, quindi, non sono casuali. Sono studiati perfettamente attorno alla parola “vittoria”.
(E anche l’attentato di via Fauro a Roma – rivendicato dalla Falange Armata – è stato messo in atto in un giorno, il 14 maggio 1993, dedicato a San Vittore).
In merito all’episodio del 25 aprile sul Piave, poi, vi è un’altra curiosa coincidenza: il pennarello-bomba è esploso a San Biagio di Callalta, a pochi metri dalla Telcoma, la fabbrica in cui è stato prodotto il telecomando utilizzato per la strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992.
Ma ci sono anche altre coincidenze singolari, che fanno pensare a un vero e proprio linguaggio in codice.
Il 12 gennaio 2007 viene depositata a Trieste la super-perizia commissionata dal Gip ad alcuni esperti, tra cui Carlo J. Rosati dell’FBI (i lettori di questo blog noteranno il cognome del perito, Rosati, e le iniziali CR).
Secondo i risultati della perizia, le forbici sequestrate all’ingegner Zornitta sono state usate per tagliare un lamierino in ottone, trovato in un ordigno inesploso. Le forbici incriminate sono di marca Valex.
Lo stesso giorno, il 12 gennaio, quando la notizia della perizia non era ancora stata diffusa, un ordigno esplode nel bagno di un ospedale a Schio, in provincia di Vicenza.
L’attentato, per le modalità e il tipo di bomba, non è riconducibile alla mano di Unabomber.
Inoltre Schio si trova sì in Veneto, ma lontano dalla zona abitualmente colpita dal bombarolo. Fuori dal suo perimetro di azione.
A Schio, però, si trova la fabbrica della Valex, azienda produttrice delle forbici di Zornitta, la prova madre delle indagini su Unabomber.
Due anni dopo, sempre in corrispondenza di un altro fatto giudiziario importante, ovvero la richiesta di archiviazione per Zornitta da parte del PM di Trieste, vi è un altro attentato sempre a Schio.
Un ordigno, identico a quello del 2007, esplode in un parcheggio sotterraneo, che si trova sotto piazza Falcone e Borsellino.
La bomba esplosa nel 2003 al Tribunale di Pordenone, era stata posta nel bagno adiacente all’aula Falcone e Borsellino.
A tutto ciò va aggiunto un ulteriore particolare di primaria importanza: Ezio Zernar, il perito che manomise il lamierino per incastrare Elvo Zornitta, era stato uno dei periti della strage di Via D’Amelio.
Coincidenze, legami, intrecci… che, con dei comuni denominatori, portano ad un’unica strada: Via D’Amelio, stragi del ’93, Falange Armata.
4. L’ipotesi Falange Armata.
Nel 1994 Unabomber mette in atto il suo primo attentato.
Curiosamente, la comparsa del bombarolo del Nord Est coincide con la fine delle telefonate della Falange Armata.
Le telefonate di rivendicazione delle stragi, come abbiamo visto, utilizzano lo stesso codice numerico e sono state effettuate da Udine.
Nel 1996, la Procura di Udine commissiona una perizia fonica, dalla quale emerge l’identità di uno dei telefonisti che a nome della Falange Armata hanno rivendicato gli attentati del ’93.
È un ex collaboratore dell’ambasciata libica a Roma, ascoltato come testimone anche dal giudice Priore nell’inchiesta sulla strage di Ustica.
Il telefonista friulano è stato anche il primo indagato nell’inchiesta su Unabomber.
Il maresciallo Vincenzo Li Causi – uomo dei servizi e addestratore di Gladio, responsabile del Centro Scorpione, ucciso in Somalia il 12 novembre 1993 – ha avuto importanti collegamenti personali a Udine e in regione.
E sempre a Udine, città con la maggiore concentrazione di Gladiatori in Italia, esisteva un altro centro di Gladio, l’Ariete, collegato proprio al Centro Scorpione di Trapani.
Fu lo stesso Li Causi ad ammettere il legame tra i due centri, negli interrogatori resi ai magistrati che indagavano su Gladio.
Lo Scorpione di Trapani e l’Ariete di Udine erano tra i più importanti centri operativi della sezione “K” del Sismi.
Agli inizi degli anni ’90, inoltre, alcuni uomini dei servizi segreti, in seguito risultati appartenenti a Gladio e alla Falange Armata, avrebbero frequentato varie località della regione, tra cui un albergo di San Pietro al Natisone. Albergo il cui proprietario, guarda caso, è morto nel 1992 in uno strano incidente stradale. È possibile supporre che avesse visto o saputo qualcosa che non doveva sapere, e per questo è stato fatto fuori.
5. Conclusioni.
Ricapitolando.
Uno degli uomini all’inizio maggiormente coinvolti nelle indagini su Unabomber, è anche il telefonista della Falange Armata – Gruppo 17 novembre, che ha rivendicato le stragi del ’93.
Esiste una perizia fonica, commissionata dalla Procura di Udine, che conferma che è lui l’autore di cinque delle telefonate di rivendicazione, partite proprio da Udine.
Tale perizia – come era prevedibile – è finita nel dimenticatoio, dopo una serie di archiviazioni.
Il telefonista falangista aveva usato il numero 763321, lo stesso codice utilizzato per la prima volta nella strage di Via D’Amelio.
Il perito che ha manomesso la prova delle forbici, incastrando Zornitta e depistando le indagini su Unabomber, è stato uno dei periti proprio nella strage di Via D’Amelio.
Inoltre, in molti attentati di Unabomber sono presenti dei messaggi in codice, creati con un linguaggio simbolico, comprensibile solo a chi lo conosce e sa come interpretarlo.
In particolare, compaiono spesso numeri, luoghi e date che fanno riferimento al 17 novembre e alla parola “Vittoria”.
Infine, abbiamo i legami del Centro Ariete di Udine con il Centro Scorpione di Trapani, diretto dal maresciallo Li Causi.
E la presenza massiccia di Gladio nella città di Udine, da cui, come si è detto, partono le telefonate della Falange Armata, effettuate da uno degli indagati per gli attentati di Unabomber.
Considerando tutto questo, è possibile dunque ipotizzare che dietro agli attentati di Unabomber ci sia la mano di Gladio, della Falange Armata e dei servizi segreti.
È possibile che, ideando le bombe del Nord Est, si sia voluto continuare il regime di terrore instaurato con le stragi del ’93, estendendolo alla vita di tutti i giorni, con piccoli attentati che colpiscono la quotidianità delle persone.
Piccoli attentati che, appunto, non avevano l’intento di uccidere, ma solo di ferire e mutilare.
E che, probabilmente, avevano come obiettivi principali: il primo, creare un clima di paura e di panico tra la popolazione.
Il secondo, quello di veicolare una serie di messaggi in codice, diretti a chi era in grado di decriptarli, relativamente alle stragi di Capaci e Via D’Amelio e ad altri fatti che hanno insanguinato la nostra penisola in quegli anni.
Se a questo meccanismo, che è sempre lo stesso, si aggiungono gli immancabili depistaggi, gli insabbiamenti, le archiviazioni… si ottiene una strategia complessiva in cui i servizi segreti sono maestri.
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Molte delle informazioni contenute in questo articolo sono state ricavate dagli articoli di Luigi Grimaldi su Unabomber, alcuni dei quali si possono trovare qui:
http://cappucciegrembiulini.blogspot.com/2009/11/da-cosa-nostra-gladio-via-unabomber-di.html
http://misterifvg.blogspot.com/2009/02/i-bombaroli-del-nord-est.html
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http://paolofranceschetti.blogspot.com/2010/02/unabomber-la-mano-di-gladio.html
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Commenti
Il brutto è che l'Unabomber italiano ha rovinato la vita di persone innocenti (in questo caso un ingegnere) che si è visto incriminato ingiustamente per cose che non aveva commesso, sempre perché serve un colpevole.
L'ordine CRIMINALE DEL MONDO. W LA MAFIA e la GIUSTIZIA CHE NON ESISTE!!!
Quando gli hanno detto al popolino che Babbo Natale non esiste?
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