
Di Antonella Randazzo
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Una storia può racchiudere tante storie, simili nelle caratteristiche essenziali. Questa è una storia di speranze, aspettative, credenze. Una storia di giovani che cercano un futuro, attraverso un lavoro che possa dare loro quella sicurezza assai difficile da trovare oggi.
Ma questa storia ha la caratteristica di avere un doppio significato fra ciò che questi giovani credono di rappresentare e di svolgere e quello che davvero sono chiamati a fare. Per questo, si tratta di una storia piena di paradossi, che può avere un finale assai tragico.
I protagonisti di questa storia si chiamano Giuseppe, Luca, Michele, Elena, Valentina, Roberto, Chiara, Antonio, Giovanni, ecc., e possono essere nostri parenti, conoscenti o amici.
Nelle caserme dei VFP1 (Volontari in ferma prefissata di un anno) ci sono giovani pieni di illusioni e speranze. Le loro parole potrebbero persino commuovere. Il ventunenne Michele dice: “gli amici non hanno capito, però sono fiero di esserci… Lavoravo come operaio stagionale in fabbrica, poi ho deciso di fare domanda per VFP1, dopo un paio di mesi mi hanno chiamato per il colloquio e le visite, dopo 30 giorni ho ricevuto la conferma”. Aggiunge la ventiquattrenne Giulia: “So che è strano perché l’Italia diventa patria solo quando gioca la Nazionale, ma noi ci crediamo davvero”. 1
Che ci creda o meno, la giovane Giulia dimentica che oggi le nostre forze armate non difendono la “patria”, ma sempre più spesso combattono in paesi stranieri che mai ci hanno minacciato e che, come noi, avrebbero tutto il diritto di avere libera la propria “patria”.
Gli eserciti di oggi sono costituiti da volontari. Tra questi volontari, soltanto pochi si arruolano per passione o per fare carriera, la stragrande maggioranza lo fa perché non trova lavoro. Non è certo un caso che ben l’85% degli arruolati proviene dal Sud Italia, in particolare dalla Sicilia, Campania, Calabria, Puglia e Sardegna.
Negli ultimi anni, sono quasi raddoppiate le richieste di arruolamento da parte di giovani dai 18 ai 25 anni, e non soltanto nel nostro paese. Ad esempio, da fonti ufficiali della Difesa spagnola (riportate dal quotidiano El Pais), apprendiamo che nel 2008 le domande di arruolamento nelle forze armate erano 78.575, mentre nel 2007 erano state 43.036.
Questo dato è da rapportare alla crescita della disoccupazione e del precariato, che invogliano molti giovani a cercare un posto di lavoro che possa garantire loro stabilità e sicurezza.
Ovviamente, sono anche aumentati i giovani che entrano nei corpi di polizia. Uno dei paradossi si è avuto quando la polizia è stata mandata a reprimere gli “indignados” spagnoli, che protestavano contro la disoccupazione. Giovani scampati alla disoccupazione arruolandosi
aggredivano altri giovani, che lottavano per il diritto al lavoro, ed esibivano cartelli con su scritto “No alla violenza”. Negli Stati Uniti, in quasi tutti i settori, la “crisi” si fa sentire, diminuiscono gli stipendi e aumenta il precariato e la disoccupazione, ma nel settore militare avviene il contrario. Aumentano in modo assai significativo gli incentivi economici concessi dal Pentagono, invogliando parecchi giovani americani ad arruolarsi, nonostante ciò può coincidere col partire per combattere una guerra. E’ soddisfatto il sottosegretario alla Difesa, Bill Carr, che ha detto: “Siamo andati ben oltre le più ottimistiche attese in tutte le componenti militari, attive e di riserva, superando sia i livelli quantitativi che quelli di qualità”, facendo riferimento all’aumento degli arruolati.
Dietro questo risultato ci sono state vere e proprie operazioni di “marketing”. Addirittura, ogni nuovo arruolato ha ricevuto una buonaentrata di 14 mila dollari. Il bonus variava a seconda dell’Arma: era più alto quello offerto ai volontari dell’esercito, che svolgono le missioni più
rischiose. Altro elemento che ha favorito molti arruolamenti è l’aver abbassato i requisiti richiesti, aprendo le porte anche a giovani privi di titolo di studio, fisicamente non idonei, o con precedenti penali. Gli incentivi erano necessari, ad una nazione che ha intrapreso nuove guerre, e che fornisce addestramento ad eserciti di diversi paesi. Il militarismo e la produzione di armi ad alto livello tecnologico stanno alla base del sistema Usa.
Negli ultimi anni, anche molti giovani italiani hanno scelto la strada dell’arruolamento militare. Quest’anno, è indetto il reclutamento nell’Esercito italiano di 11.520 volontari di truppa in ferma prefissata di un anno (VFP1), ripartiti in quattro blocchi di incorporamento.
Qualcuno ha scritto: “Il Sud Italia fa la guerra all’Afghanistan”, riferendosi ai caduti italiani in questo paese martoriato, che mai nulla ha fatto contro la nostra nazione. I soldati caduti in Afghanistan erano quasi tutti meridionali. Giovani che hanno creduto, attraverso il loro lavoro, di potersi creare una loro famiglia e di svolgere mansioni di “pace”, così come le
nostre autorità dicono. Non prevedevano di morire giovani, per una causa che probabilmente mai hanno compreso nella sua veridicità.
La storia dei giovani arruolati che cercano una vita migliore non prevede che ci si debba chiedere: perché l’Italia manda soldati all’estero, comandati da generali stranieri? Perché si parla di pace ma si fa la guerra? Chi è questo nemico? Perché si occupa un paese straniero pur parlando di “democrazia”? Perché vengono spesi così tanti soldi in imprese militari, sottraendoli al vero sviluppo dei popoli?
Questi giovani non hanno mai studiato il Colonialismo moderno occidentale, perché non si studia a scuola, e molti non sanno cosa sia, o credono che appartenga al passato. Questi giovani obbediscono ai superiori, come robot programmati per un compito. Si indica un nemico, si predispone un comportamento, si organizza un’operazione. E loro agiscono, senza pensare, senza interrogarsi sul perché questo nemico barbaramente trucidato spesso ha soltanto sette anni, o indossa una veste che copre quasi tutto il corpo, e non imbraccia armi. Non ci si interroga nemmeno sulla produzione di droga dell’Afghanistan, e non si può indagare sul fatto che chi controlla questa produzione siede in Parlamento, e beve o mangia insieme agli occupanti. Si dice che l’eroina finanzia i talebani, ma non si spiega che gli incrementi della produzione sono stati prodotti dalla volontà degli occupanti. 2
C’è troppo scarto fra la propaganda delle nostre autorità, tutta volta a sostenere una missione umanitaria a servizio di popoli considerati involuti, e la verità dell’oppressione, del crimine contro persone inermi, del potere iniquo e della produzione di droga.
La storia dei giovani arruolati non contempla la possibilità di individuare i paradossi di questa propaganda, e di trovare la verità di queste guerre assurde. Un paradosso è che il bando per l’arruolamento chiede agli aspiranti di essere “in possesso dei requisiti di moralità e condotta incensurabili”, ma poi si insegna ad uccidere. Ci si può chiedere come questi soldati reagiscono quando qualche fonte mediatica fornisce prove della vera natura oppressiva e coloniale di questi eserciti. Ad esempio quando anche il The Times inglese parlò di un massacro di bambini avvenuto per opera delle truppe degli Stati Uniti nella provincia di Nurang nel dicembre 2009: “gli investigatori del governo afgano hanno detto che otto scolari sono stati uccisi, tutti eccetto uno della stessa famiglia. La gente del posto ha detto che alcune vittime erano state ammanettate prima di essere uccise”. I massacri inducono gli afgani a sollevarsi, contro i criminali occupanti (italiani compresi).
Ai soldati italiani viene raccontata la storiella del “portare la democrazia”, e devono continuare a crederci nonostante l’evidenza, così come devono continuare ad obbedire. La storia dell’arruolamento può riguardare anche gli afgani: la disoccupazione afgana è al 40% e molti giovani, nella speranza di avere un futuro, si arruolano nelle forze armate. Proprio a causa della povertà e della disoccupazione, anche l’esercito britannico ha raggiunto, per la prima volta dopo anni, gli obiettivi di reclutamento prefissati. Paradossalmente, gli arruolati hanno tutti le stesse speranze, in primis, quella di una vita migliore, e sul campo di battaglia i soldati che combattono sono mossi dalla stessa povertà o insicurezza generata dalle stesse cause. Le condizioni in cui si combattono questi conflitti, l’obbedienza e la disciplina imposta ai soldati, non tengono conto della coscienza morale, e disumanizzano per rendere possibili i massacri.
La storia dei giovani arruolati, da storia di speranza e di lavoro, diventa una storia di degrado morale, sacrificio della propria coscienza etica e talvolta di morte. Ciò testimonia inoppugnabilmente che la guerra non può essere una professione come altre, se si desidera una società priva di sfruttamento, di saccheggio, di potere ingiusto e di crimini.
La storia che abbiamo qui raccontato è soprattutto una storia di rassegnazione: rassegnazione alla guerra, all’uso della violenza, ad un sistema che preferisce avere soldati piuttosto che lavoratori nei settori produttivi. Rassegnazione a un lavoro che lavoro non è, e che molte
conseguenze tragiche può portare alla psiche e al corpo. Si feriranno o si uccideranno persone innocenti, o si potrà andare incontro alla disabilità o alla morte. Tutti sanno che diversi giovani soldati italiani sono tornati cadavere dall’Afghanistan, ma occorre anche ricordare che alcuni soldati sono rimasti invalidi: ad esempio, il ventenne Luca Barisonzi è rimasto
paralizzato dalle spalle in giù a causa di una lesione midollare, e potrebbe rimanere così tutta la vita. Luca stava facendo la sua prima missione all'estero, in Afghanistan. “Era partito a settembre (del 2010)” - dice suo padre Fabio – “convinto di contribuire a portare la pace in un paese straniero”.
In un sistema diverso, in cui non c’è disoccupazione, lavoro precario e sfruttamento, non ci sarà nemmeno chi sarà disposto a fare la guerra per avere un “lavoro”. Speriamo che un giorno, non molto lontano, non sia più possibile raccontare queste storie.
NOTE:
1 “D”, Repubblica, 4 giugno 2011.
2 Si veda Antonella Randazzo, La Nuova Democrazia, Zambon 2007.
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