Oggi ho dovuto portare il mio cane a praticare l’eutanasia. La sua condizione medica era ormai irreversibile, stava soffrendo molto, e non mi restava altra soluzione.
Quando sono arrivato alla clinica per animali, il veterinario in servizio lo ha esaminato, e mi ha confermato la diagnosi: cercare di tenerlo in vita avrebbe semplicemente significato prolungare le sue sofferenze. A quel punto ho deciso che gli venisse praticata l‘iniezione letale.
E’ così cominciato uno strano balletto, in cui si metteva ufficialmente in atto la procedura di morte.
Prima è venuto un dipendente della clinica, che mi ha fatto firmare l’autorizzazione a praticare l’eutanasia, e mi ha chiesto se desiderassi riavere indietro le ceneri. Gli ho risposto di no. Poi si sono presentati due infermieri, che dovevano preparare il cane a ricevere l’iniezione, inserendogli un catetere nella zampa. Quando sono usciti, uno di loro mi ha guardato velocemente, e mi ha detto “sorry”, mi dispiace. Poco dopo è entrato un nuovo personaggio, che mi ha chiesto se preferissi “regolare subito” i conti. Avrei voluto offendermi, ma non ne valeva la pena. Ho messo mano al portafoglio, e ho pagato. Una cifra più che onesta, fra l’altro. Evidentemente morire costa poco, ho pensato.
Poi sono rimasto solo. Solo con il mio cane.
Lui era tranquillo. Dopo una notte orribile, passata a lamentarsi, si era finalmente assopito. Sembrava quasi che sentisse la vicinanza dell’epilogo, e che lo stesse attendendo come una liberazione. I minuti passavano, ma il dottore non arrivava. Io guardavo il catetere che usciva dalla zampa, e pensavo che in qualunque momento quella porta si sarebbe aperta, e che la morte sarebbe stata introdotta per quel catetere. Introdotta da noi umani, volontariamente, in un altro essere vivente. A quel punto sono stato assalito da una marea di dubbi, vissuti con intensa emozione: davvero non c’è più niente da fare? E se invece potesse ancora guarire? E in ogni caso, che diritto ho io di decidere della morte altrui? Chi sei tu – mi chiedevo – per assumerti questo ruolo di giudice supremo?
Sei il suo padrone – mi rispondeva una voce dentro di me - Lo conosci, lo hai allevato fin da piccolo, e sei l’unico a sapere tutto di lui. Ora sai che sta soffrendo, ti è stato confermato che non potrebbe più tornare a vivere in modo decente, e quindi lo fai per il suo bene.
Tu non sei nessuno – mi diceva un’altra voce, sempre dentro di me, ma forse un pò più lontana - Tu sei solo una molecola di vita, come lui è una molecola di vita, all’interno di un meccanismo infinitamente più grande di voi, che non sta a te giudicare, e con il quale non hai diritto di interferire. Lascia che le cose compiano il loro corso. Anche il dolore e la sofferenza possono avere una ragione di essere. Una ragione che magari tu non conosci, ma che esiste e che va rispettata.
Nel bel mezzo di questi pensieri si è aperta la porta, ed è entrata una quarta infermiera, che ancora non conoscevo, la quale mi ha chiesto se “avessi bisogno di qualcosa”. Mi è venuto da ridere, dentro (ma come – mi dicevo - lui sta per morire, e lei chiede a me se abbia bisogno di qualcosa?), ma non ho detto nulla. L’ho ringraziata, e mi ha lasciato nuovamente solo.
Il dottore ancora non arrivava, e il cane stava ricominciando a lamentarsi. Fuori sentivo i latrati acuti dei cuccioli che venivano a fare la “prima visita”, coperti ogni tanto dai latrati più cupi dei cani adulti, che magari si azzuffavano momentaneamente, incontrandosi nei corridoi. Insomma, là fuori c’era la vita, qui dentro stava per accadere la morte.
Finalmente il dottore è arrivato. Teneva in mano una siringa con un liquido rossastro. Ha iniziato a spiegarmi dettagliatamente cosa sarebbe accaduto, come agisce il liquido sul sistema nervoso, eccetera eccetera, ma io gli ho detto che in quel momento non mi interessava saperlo: il cane stava male, e gli ho chiesto di procedere al più presto. Mentre inseriva la siringa ho saputo di aver fatto la scelta giusta.
Ho accarezzato il mio cane, e gli ho parlato nell’orecchio, mentre lo accompagnavo nel suo ultimo passaggio. Quando tutto è finito, ho anche capito perchè ti chiedono di pagare prima: è molto difficile aver a che fare con una persona che piange.
La cosa pazzesca – mi sono detto mentre tornavo a casa - è che tutto questo lo fanno anche con gli umani. Umani che invece di salute stanno benissimo, e che possono addirittura non essere colpevoli dei delitti che gli vengono attribuiti.
Massimo Mazzucco
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