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La percezione dell'altro: la natura degli stereotipi (1° parte)

di Massimiliano Moresco

Un argomento spesso affrontato ma comunque troppo poco approfondito, riguarda la percezione che abbiamo degli altri e di come li classifichiamo. Qualcuno li avverte come individui unici, portatori di culture e mondi diversi altri, alla stregua di semplici oggetti da utilizzare per i loro scopi.

Todorov (1982) immagina la scoperta dell'altro come un percorso che si sviluppa entro un continuum in cui sia ogni società e cultura attuale o passata e sia ogni individuo (da quando nasce fino all'età adulta) si situa nella progressiva scoperta dell'altro. Dapprima, nelle culture meno evolute (e nei bambini piccoli), sembra avvertirli come un oggetti confusi tra gli altri e successivamente, gradualmente attraverso tappe intermedie, percependo "l'altro" come un soggetto uguale a sé ma con qualità uniche ed originali.

L'alterità è, sovente per i giovani, fonte di ricchezza, curiosità e conoscenza, laddove tale concezione negli adulti sembra corrompersi tramutandosi in sospetto, paura e rifiuto. Logicamente i bambini non sono esenti da classificare il mondo, in quanto riescono a conoscerlo più facilmente, però conservano, a mio parere, una flessibilità che sembra in seguito cristallizzarsi nei soggetti maturi.


Tutto ciò è la naturale conseguenza del corso del tempo o piuttosto una stortura culturale, appresa in un contesto arcaico e propagata successivamente nelle varie generazioni?

Cosa muta così radicalmente la nostra visione del mondo e degli altri?

A mio avviso vi sono diverse variabili che determinano o possono determinare, spesso in concomitanza tra di loro, lo sviluppo di tale atteggiamento. Le categorie facilmente si trasformano in stereotipi e non sempre possiedono connotazioni negative. Infatti, a differenza del pregiudizi, possono essere forieri di connotazioni positive o negative. Positive perché consentono di procurarsi una prima impressione utile a comprendere come comportarsi con l'altro e risparmiare tempo a scapito di lunghe analisi procedurali.

In informatica tale processo si chiamerebbe euristica, ossia una scorciatoia essenziale a rilevare risultati non sicuri ma perlomeno probabili. Invero è essenziale considerare come gli stereotipi, equiparabili a degli schemi mentali, aiutino l'essere umano a organizzare la marea di informazioni che gli giungono attraverso i sensi. Tant'è vero che la mente umana, per non essere sopraffatta dal caos dell'informazione, incasella esperienze simili per riconoscerle meglio e recuperarle più agevolmente. Negative perché questa prima classificazione tende troppo spesso ad irrigidirsi, trasformando delle semplici generalizzazioni in certezze monolitiche difficilmente scalfibili e modificabili.

Tali semplificazioni giustappunto tendono ad essere attribuite all'individuo, giudicato non in base a sue qualità intrinseche, bensì alle caratteristiche superficiali dell'intera categoria che rappresenta. Similmente alle categorizzazione, gli stereotipi funzionano come classificazioni estremamente semplificate di persone, etnie, razze e sono generalmente condivise ampiamente da un certo gruppo sociale.

Secondo Tajfel gli individui di una data comunità desiderano e cercano una differenzazione positiva nei confronti dell'altra. Questo processo si sviluppa attraverso la semplificazione e sistematizzazione della complessità dell'informazione (Tajfel, cit. in De Caroli,2005).

A mio avviso ciò che fa la differenza è una caratteristica d'ordine culturale legata al processo schematico di categorizzazione. Infatti secondo la teoria del conflitto realistico (Sherif, 1961) ciò è sufficiente a generare processi che conducano alla formazione degli stereotipi. Sherif verifico le sue ipotesi per mezzo di un semplice esperimento. Suddivise arbitrariamente i ragazzi di un campo estivo di boy scout in due gruppi distinti, ingroup vs outgroup, ponendoli in conflitto tra di loro con dei giochi sportivi e mettendo a disposizione per i vincitori premi appetibili e preziosi utili in quel contesto. Lo studioso osservò come gli atteggiamenti dei due gruppi divennero molto coesi all'interno della stessa fazione e altamente ostili nei confronti dell'altra. Secondo Sherif il conflitto era sufficiente per generare uno scopo condiviso, la stigmatizzazione e la competizione con l'aggregazione avversa, notando all'opposto, come bastasse istituire un'obiettivo condiviso tra le due opposte fazioni per dissimulare facilmente le vecchie ostilità.

La riflessione che impone un simile esperimento è la constatazione di come l'uomo sia influenzato decisamente dal suo sistema sociale di riferimento, minando o comunque influendo sulla sua capacità di giudicare razionalmente. Difatti, in tal contesto le convinzioni che si hanno su altre persone sembrano più una questione dettata dall'emotività e che fanno aderire il soggetto più al pensiero comune piuttosto che all'uso della propria ragione. Nelle intenzioni di Sherif tale esperimento simula ciò che succede nella realtà sociale.

Questo studio, a mio parere, pur avendo una valenza positiva non è completamente esaustivo in quanto per ottenere un conflitto con un altro gruppo che sia largamente condiviso, specialmente in un contesto sociale complesso come quello attuale, è necessaria l'esistenza di sentimenti comuni che permettano di squalificare il mondo altrui per valorizzare il proprio. L'individuo nella formazione della sua identità fa necessariamente riferimento ad un continuo paragone con gli altri in cui cerca conferme al proprio sé. Conseguentemente egli sviluppa un'identità di tipo sociale dove confronta il suo gruppo(nazione, razza, status sociale) con altri, sviluppando sentimenti comuni, senso di appartenenza e fedeltà ai valori condivisi. Secondo Tajfel difatti, il soggetto per conservare un giudizio positivo di sé, enfatizza le caratteristiche positive del proprio gruppo, tralasciando quelle negative, e considerando invece pregiudizievolmente i comportamenti, i tratti e le usanze di altre aggregazioni in modo da mantenere e accrescere la propria autostima.

Questi studi permettono di ipotizzare come tali idee stereotipate possono (con relativa facilità) essere sfruttate da un elites di persone per suggestionare e provocare odi ed intolleranze verso popoli o minoranze etniche utili a conseguire i loro interessi economici, religiosi e di potere.

Bibliografia De Caroli Maria elvira Categorizzazione sociale e costruzione del pregiudizio Franco Angeli Milano 2005 Todorov Tzvetan, La conquista dell'America, Il problema dell'altro Einaudi 1982 Sherif, M., Harvey, OJ, White, BJ, Hood, WR,Sherif, CW (1961): Intergroup conflict and cooperation: the Robbers Cave experiment.

http://capitanessuno.blogspot.com/2011/04/la-percezione-dellaltro-la-natura-dei.html

 

 

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Commenti  

 
0 #1 masy 2011-04-05 21:58
Ottimo ragionamento!! una riflessione importantissima x arrivare alla radice di una società costruita in maniera tale da sfruttare la divisioni x scopi di potere,purtropp o c viene messo un mondo precostituito dove siamo solo attori di una sceneggiata tragicomica
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