Era iniziata con i fuochi artificiali, l’operazione “Might and Awe” (“Potenza e Stupore”), e avrebbe dovuto durare solo qualche settimana – giusto il tempo di arrivare passeggiando fino a Baghdad. E’ durata invece oltre sette anni, e finisce in questi giorni nello stesso modo inglorioso con cui si è trascinata per tutto questo tempo.
Il 18 agosto scorso l’ultimo battaglione “da combattimento” americano ha lasciato l’Iraq, varcando il confine con il Kuwait. Il 30 agosto si concluderà ufficialmente la missione “Iraqi Freedom”, e inizierà la missione “New Dawn”, che significa “nuova alba”. Resteranno comunque in Iraq 50.000 militari americani, il cui loro scopo dovrebbe limitarsi all’addestramento della polizia e dell’esercito iracheni. Di fatto però questi soldati saranno completamente armati, e resteranno pronti ad intervenire in qualunque momento, per proteggere i famosi “interessi americani all’estero”.
Resteranno insieme a loro 72.000 soldati mercenari (“contractors”), oltre ad una quantità indefinita di tecnici, diplomatici, operatori economici e collaboratori di ogni genere e categoria.
Si tratta quindi, più che altro, di un passaggio psicologico, inteso a poter dire ufficialmente che “la guerra è finita”, senza dover riconoscere apertamente il fallimento rappresentato da questa avventura.
Fallimento che non riguarda soltanto gli americani, sia chiaro, ma soprattutto il popolo iracheno. I primi ci hanno perso la faccia, ma il petrolio bene o male è tornato sotto il loro controllo. I secondi invece non solo hanno avuto oltre 1 milione di vittime fra i civili, ma restano a tutt’oggi senza un futuro, di qualunque tipo. Sono passati mesi dalle elezioni popolari, e ancora non c’è un governo di maggioranza a Baghdad. I diversi blocchi di potere si fronteggiano in uno stallo senza via d’uscita, e il paese rischia di ripiombare in qualunque momento nel caos più totale.
Come disse qualcuno, la democrazia non è come una giacca, o un paio di pantaloni, che si possono indossare e togliere a piacimento.
Ma la cosa che sconvolge di più, è che nonostante l’Iraq sia il secondo paese al mondo per ricchezza petrolifera, in tutte le sue città manchi quasi costantemente la corrente elettrica. La gente si arrabatta, ormai da anni, con collegamenti elettrici di fortuna, oppure con piccoli generatori indipendenti, che però vanno riempiti di benzina, che costa molto cara. Il paradosso quindi è completo: l’iracheno, che è il proprietario originale del petrolio, è obbligato a comperarlo a prezzi proibitivi, alla pompa di benzina di casa sua, proprio per ovviare ai danni e alla distruzione provocati dalle stesse persone che sono venute per portarglielo via.
Naturalmente, è impossibile pensare che gli americani, dopo nove anni di occupazione, non siano riusciti ad organizzare in modo decente la produzione e la distribuzione della corrente elettrica. E’ quindi evidente che ci sia un interesse, da parte loro, nel mantenere la popolazione ferma nello stato in cui si trova, senza permettergli di organizzarsi nè di fare un solo passo avanti verso una qualunque nuova realtà sociale.
Non a caso, molti in Iraq cominciano ad avere nostalgia di Saddam Hussein. Missione compiuta.
Massimo Mazzucco
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