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IL MIRAGGIO DELLA SOCIALIZZAZIONE IN RETE

Di Antonella Randazzo

L’argomento trattato in questo articolo è molto più importante di quello che potrebbe sembrare di primo acchito. Non si parla abbastanza delle caratteristiche della “socializzazione” su Internet, nonostante oggi la rete abbia assunto sue proprie caratteristiche, che possono incidere sull’esistenza umana molto più di quello che si crede, e talvolta non in positivo.

La rete nasce da un progetto del Department of Defense USA (DOD, Dipartimento per la Difesa americano), per fornire servizi e informazioni utili ai fini militari.
Successivamente si è diffusa nel settore finanziario ed economico.

Attualmente la rete mondiale è gestita dalla Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (Icann), un organismo di diritto privato con sede a Los Angeles, controllato dal Dipartimento del Commercio degli Stati uniti. L'Icann è un enorme sistema di smistamento della rete, basato su un dispositivo costituito da tredici potenti computer, detti "root servers". Dieci root servers si trovano negli Stati Uniti (quattro in California e sei nei pressi di Washington), due in Europa (a Stoccolma e a Londra) e uno in Giappone (a Tokyo).


Negli anni Novanta, quando si formarono le prime comunità virtuali, sembrava che la rete potesse stravolgere completamente l'assetto socio-politico. Per la prima volta nella Storia del pianeta era possibile formare comunità di centinaia o migliaia di persone che potevano dialogare fra loro senza avere informazioni sull'identità fisica o sul luogo in cui si trovassero. Ciò faceva intendere che si trattasse di rapporti contrassegnati da maggiore libertà, in quanto non condizionati dall'appartenenza etnica, razziale o nazionale. Si parlò di "ordine post-territoriale", ad intendere che la maggiore libertà nei rapporti sociali potesse generare anche maggiore libertà politica. Era come se i governi territoriali potessero perdere potere e si potesse instaurare una vera democrazia. Dave Clark, uno dei fondatori di Internet, ebbe a dire: "Rifiutiamo: re, presidenti e votazioni. Crediamo in: consenso generalizzato e codice operativo". 
C'era l'idea che Internet dovesse cambiare anche le regole della politica, rendendo obsoleti concetti come “elezioni” e “rappresentazione territoriale”, in quanto le comunità non potevano più essere inserite all'interno di un'arbitraria ubicazione fisica. Attraverso le comunità virtuali sembrava possibile eliminare il razzismo, lo strapotere dei politici e l'ingiustizia.

Si trattava di un'illusione. Internet, come tutti gli altri canali mediatici, è utilizzata anche per poter attuare un certo grado di condizionamento e controllo. Persino progetti nati sul modello della "democrazia partecipativa", come l'enciclopedia Wikipedia, risultano essere strutture controllate dal gestore del sistema o da software e personaggi che hanno il compito di manipolare i contenuti e persino le discussioni, anche attraverso metodi assai sottili, come ridicolizzare o etichettare tutti coloro che fuoriescono dalla linea voluta.

Oggi Internet non è soltanto un canale tecnologico di informazione o di attività sociali ed economiche, è soprattutto un luogo virtuale che produce effetti sul pensiero e sul comportamento. Scrive la professoressa di Economia aziendale Andreina Mandelli: "Possiamo pensare alla rete come modello di organizzazione dei nostri pensieri e della nostra socialità". 

Ma che tipo di “socializzazione” sta prevalendo sul web?

Il modello di comunicazione che la rete offre non è “reale” e ha caratteristiche precise, che sfuggono alla maggior parte degli utenti, che dunque risentono inconsapevolmente degli effetti. Una vera e costruttiva socializzazione in rete è spesso più un miraggio che una realtà.

Esistono aspetti negativi di Internet, dovuti alla “natura” del virtuale. Il contesto della rete è "asettico", non reale, privo della percezione di oggetti o persone reali, manca l'interazione sociale complessa che soltanto nella realtà si può avere. Gli escamotage per esprimere lo stato d’animo, come il viso allegro o le interiezioni, non diranno mai qual era realmente il tono o l'espressione del viso che li accompagnava.
Se definiamo la comunicazione come quell'insieme di possibilità di condividere conoscenze, esperienze e valori, atti a costruire nuovi modi di essere, comprendiamo come il computer non può sostituirsi alla realtà, anzi, potrebbe essere nocivo qualora facesse credere di poter fare a meno dell'esperienza reale, sostituendola del tutto o in parte con quella virtuale.

Quando è finito il periodo dell’aspettativa altissima di palingenesi politica, la rete Internet ha iniziato ad essere considerata un luogo di “socializzazione”,  e si è assistito al proliferare di siti e forum ricchi di commenti, e dei social network.
In questi luoghi si è glissato sui tanti aspetti che non renderebbero idonea la rete ad una vera socializzazione, essendo priva di caratteristiche che presiedono ad una reale interazione.

Molti soggetti delle comunità virtuali, non potendo disporre di interazioni empatiche o intuitive, sviluppano la comunicazione con l'altro come un proseguimento della realtà dell'ego, caratterizzata da aspettative di tipo egoico, ossia che l'altro debba essere, quanto più possibile, simile a loro stessi. In tal modo, il senso di gruppo si trasforma in un reciproco riconoscimento dell'ego, che soffoca le differenze e produce radicalità di opinioni. Non saranno dunque la tolleranza o la capacità di imparare dall'altro a guidare i rapporti, ma la ricerca di conferme della propria identità, e la rivendicazione della differenza rispetto ad altri gruppi considerati inadeguati.

Si può dunque acquisire uno schema cognitivo rigido, in cui risulta difficile il cambiamento, che nella realtà è prodotto dalle esperienze sociali o culturali. I "gruppi virtuali", anche quando nascono per criticare la realtà con l'intento di migliorarla, possono spegnere l'attivismo e creare un mondo statico, perché sostanzialmente privo dell'impulso vitale che produce crescita e cambiamenti.

Perdendo il contatto empatico con l'altro, si diventa più rigidi e intolleranti quando ci si trova di fronte ad opinioni discordanti rispetto alle proprie.

Su Internet si può anche determinare una suddivisione in "greggi", all'interno dei quali si creano significati fondamentali che possono essere trasformati in etichette o diventare dogmatici, riproponendo la medesima realtà di massificazione e mancanza di libertà di pensiero presente negli altri media.

Siamo abituati a conformarci e ad essere passivizzati, e all'interno di Internet molti continuano, senza rendersene conto, a seguire le medesime spinte, poiché acquisire capacità di pensiero autonomo richiederebbe molti sforzi.

Come hanno messo in risalto diversi autori, le persone che trovano nella rete una fonte quasi esclusiva di vita sociale non sono quelle più socievoli nella realtà, al contrario, spesso si tratta di persone con difficoltà ad instaurare un vero rapporto empatico e comunicativo con gli altri. Queste persone, sul web possono apparire “brillanti”, nonostante nella realtà possano essere oppresse da problemi emotivi o addirittura depresse.

Cosa accade sul web per ribaltare le cose e favorire talvolta chi nella realtà presenta instabilità emotiva o addirittura problemi sociali?

Esistono siti cosiddetti di “controinformazione”, o blog in cui alcuni personaggi si autodefiniscono (o sono definiti) “complottisti” (capovolgendo in realtà il significato originario che questa parola dovrebbe avere), che per attirare lettori creano un alto livello di conflitto, fino ad arrivare a portare i discorsi su questioni del tutto irrisorie o addirittura inutili. Tali questioni vengono utilizzate per attrarre commenti “vivaci” o altamente conflittuali, aprendo veri e propri luoghi di scontro verbale.
Ad esempio, possono apparire questioni del tipo “Che fine ha fatto questo personaggio?”, “Perché il tal dei tali non scrive più su quel canale informativo?”, oppure “Quel tal dei tali ha detto questo dell’altro tal dei tali”.

Spesso le persone che prendono parte a queste discussioni non si curano di consultare i canali appositi privatamente, per risolvere il quesito, non essendo in realtà interessati alla faccenda in sé, ma a parlare dei tizi in questione, potendo avere sfogo emotivo poco concludente.

Ci sono anche casi in cui una semplice frase detta da qualcuno (non necessariamente un “vip”, ma talvolta semplicemente un blogger) può dare origine a lunghe discussioni, che servono soltanto a vincere noia e monotonia, o a sfogare rabbia.

La verità è che Internet non ha di per sé il potere di cambiare nessuno, perché il cambiamento richiede lavoro su se stessi e un alto livello di consapevolezza, che non sono facili da avere.

Dunque, la “socializzazione” su Internet, molto spesso si risolve nel rafforzare il temperamento emotivo delle persone, amplificandolo. Ciò non può avvenire in quei canali sociali non virtuali, in cui ognuno è presente fisicamente e stabilisce un rapporto reale con l’altro, dovendo assumersi le responsabilità di tutto ciò che fa e dice.
La società “massificata” è una società rabbiosa, ingannata e indotta a sentirsi impotente. La rete, essendo priva degli aspetti empatici  della comunicazione, può amplificare le esigenze emotive, creando una “socializzazione” disarmonica, troppo carica emotivamente, in cui non si approda a nulla.

Non è difficile trovare forum e blog che pullulano di commenti forti, alterchi, veri e propri litigi, o commenti sterili quanto pesanti e inconcludenti.

A cosa porta tutto questo?

Soprattutto a far precipitare la considerazione del web come luogo “serio”, che possa offrire determinati vantaggi, come trattare argomenti importanti oppure condividere esperienze.

La socializzazione nei forum o nei social network è sempre più orientata a determinare schieramenti e fazioni, proprio come avviene negli altri media di massa.
Si vuole essere “pro” o “contro” qualcuno o qualcosa, e questo spesso porta ad essere più interessati ad imporre la propria opinione che ad interagire con gli altri. Non sorprende che in questi ambienti sia raro che qualcuno chieda scusa all’altro, anche quando si sono prese cantonate pazzesche. Si impone la logica dell’agire secondo l’emotività del momento, senza dare alcuno spazio al buon senso, come, forse, si farebbe nella realtà non virtuale.

Chi la pensa diversamente, o esprime una sensibilità diversa dagli altri, appare “sbagliato”, da “correggere”, anche con metodi offensivi o con provocazioni che puntano a suscitare reazioni emotive che possono sfociare nel litigio.
In questo modo le persone si focalizzano sul contrasto, o su incomprensioni mai risolte, impedendo che cessino le disarmonie e si dia spazio ad una vera comunicazione e interazione. Questo è funzionale al sistema attuale, in cui i cittadini vengono divisi per “colore politico”, sesso, etnia, opinione, squadra calcistica, e persino scelte di vita.

Si induce a credere che socializzare significhi cercare di convincere gli altri della propria opinione, ostacolando l’idea che si possa passare oltre al facile giudizio e all’etichetta, per assumere un atteggiamento costruttivo, di chi sa condividere e rispettare.
Ad esempio, un noto blogger dell’area di “controinformazione”, che ha anche un forum, sembra trattare in modo “serio” diverse questioni, ma spesso alimenta discussioni del tutto inutili, arrivando a fare litigate in cui volano persino minacce. Questa persona, che sul web appare ben adattata e “vivace”, in realtà ha sofferto a lungo per una depressione e nella vita reale ha gravi problemi a comunicare persino con i suoi genitori.

Questo è soltanto un esempio degli storpiamenti che avvengono in rete, che talvolta fanno apparire socievoli persone problematiche e meno socievoli persone più equilibrate.
Paradossalmente, chi non partecipa alla danza di provocazioni e insulti e a giochetti emotivi spacciati per “socializzazione” viene fatto passare per “asociale”. Per fortuna ci sono tante persone che si rifiutano di partecipare a discussioni con un alto livello emotivo e di scarso spessore intellettuale e morale. In alcuni casi, chi non accetta sterili provocazioni, può esser fatto passare per “presuntuoso” o “orgoglioso”.
Si assiste al trionfo della licenza di sfogo emotivo, derogando all’equilibrio nei rapporti sociali.

In questi ultimi anni, anche attraverso i reality, si è cercato di far credere che i rapporti sociali debbano per forza essere basati sul conflitto, sulla prevaricazione o sulla rivalità. Questo è conveniente quando essere socialmente equilibrati e saper formare un fronte compatto (pur nelle possibili differenze di scelte e opinioni) potrebbe coincidere con la fine dei giochi sporchi dell’attuale gruppo di potere.

Ovviamente qui non si vuole dire che la socializzazione in rete sia da rifiutare in toto, o da considerare sempre in senso negativo. Sappiamo benissimo che ci sono tanti siti che non alimentano sterili discussioni e che creano un clima molto positivo, in cui anche le differenze possono arricchire perché non vengono trasformate in conflitti. Ma di sicuro occorre una certa cautela nel “socializzare” in rete, e soprattutto non ci si deve sentire obbligati a partecipare a discussioni che creano disagio, o a rispondere a provocazioni che mirano ad abbassare la qualità della conversazione.

La libertà è anche libertà di astenersi, rispettando la propria sensibilità e cercando di farla rispettare agli altri. Non bisogna dimenticare che il rispetto è la base della civiltà. Anche su Internet.

Riproduzione riservata

Articolo tratto da “Nuova Energia”.

http://antonellarandazzo.blogspot.com/2010/01/campagna-abbonamenti-2010.html

 

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