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DICONO CHE NON CI SONO I SOLDI, TRANNE PER LA CASTA, LE BANCHE, IL VATICANO E LA NATO.

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COMUNICAZIONE SOCIALE E NUOVA PROPAGANDA

Di Antonella Randazzo

Nel 1923 nasceva il primo istituto ufficiale di propaganda italiano, l'Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che nel 1934 diventerà Sottosegretariato alla Stampa e alla Propaganda, e l'anno successivo sarà denominato Ministero per la Cultura Popolare. Il Ministero si occupava di manipolare le opinioni dei cittadini, controllando in modo accurato e capillare tutte le informazioni che venivano date, e utilizzando metodi di persuasione e di condizionamento. Lo Stato fascista propugnava l'idea che soltanto dall'alto, dalle istituzioni, doveva provenire la linea per formare ed "educare" i cittadini, e coloro che non accettavano tale linea dovevano essere considerati reietti.

Nel dopoguerra, e fino agli anni Settanta, prevalse l'idea che non doveva essere lo Stato ad "educare" i cittadini, ma doveva essere la società a determinare le caratteristiche dello Stato. Si intendeva la società come portatrice di valori, che le istituzioni avevano il dovere di rispettare e proteggere.
In altre parole, mentre durante la dittatura si era imposta l'idea che i valori dovessero provenire dall'alto, dallo Stato, che doveva formare ed educare la società, dopo la dittatura, gli italiani intesero che dovevano essere i cittadini a far valere i propri valori e principi etici, e le istituzioni, quale specchio della società, dovevano rispettarli.

Tuttavia, la Presidenza del Consiglio dei Ministri rimase il canale principale nel settore della cultura e dell'informazione, e dal 1948 sarà creata una struttura apposita, la Direzione Generale delle Informazioni della Presidenza del Consiglio, oggi chiamata Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria. Tale struttura si occupa delle iniziative culturali e comunicative, secondo i dettami delle istituzioni.


A partire dagli anni Ottanta rinacque l'idea che le istituzioni potessero essere fonte di "formazione". Fino alla fine degli anni Ottanta si fece un uso limitato della comunicazione sociale, mentre a partire dagli anni Novanta si è verificata un'espansione notevole, specie da parte dell'istituto di Pubblicità Progresso e del Consiglio dei Ministri. Oggi producono messaggi di comunicazione sociale, oltre a Pubblicità Progresso e alle istituzioni governative, gli Enti Locali e varie associazioni no profit. Negli ultimi tempi c'è un proliferare di questi messaggi, in TV, via radio e sulla carta stampata.

Con l'estendersi del controllo mediatico (più canali televisivi, più pubblicità, più iniziative mediatiche delle imprese, ecc.) il governo si fece promotore di una linea comunicativa che acquisiva diverse funzioni: suscitare affezione alle istituzioni, promuovere cause o informare su pericoli, e tenere sotto controllo la nuova situazione mediatica.

Con la legge n. 67/1987, lo Stato non sarà più soltanto promotore di cultura e comunicazione, ma diventerà un canale di formazione e di condizionamento.
Proprio dagli anni Ottanta, in Gran Bretagna con la Thatcher e negli Usa con Reagan, si stava affermando il neoliberismo, che auspicava le privatizzazioni, i tagli alla spesa pubblica e la possibilità di nuovi contratti di lavoro, che legalizzavano lo sfruttamento. In Italia tali idee si affermeranno negli anni Novanta, e produrranno una massa di lavoratori precari e l'indebolimento del potere delle istituzioni, ridotte a fantocci dal gruppo dei grandi banchieri/imprenditori.
Oggi le istituzioni utilizzano copiosamente i media per dare messaggi di "comunicazione sociale". L'importanza dell'uso di questi messaggi per rafforzare il sistema di potere, è emersa dalle ricerche di alcuni studiosi statunitensi a servizio delle autorità. In seguito a questi studi, nel 1941, nasceva negli Stati Uniti l’Ad Council, con lo scopo di attuare una serie di campagne non commerciali, messaggi prosociali pagati con soldi pubblici. Dopo pochi anni, nel 1946, anche in Gran Bretagna nasceva un istituto analogo, il Central Office of Information (COI). In altri paesi europei istituti simili si ebbero a partire dagli anni Settanta.

La "comunicazione sociale" è costituita da quei messaggi che avrebbero l'obiettivo di educare o sensibilizzare il pubblico su tematiche di interesse collettivo, come la solidarietà ai più deboli o la protezione dai rischi di incidenti stradali.
Le campagne di comunicazione sociale su temi assai cari ai cittadini, sortiscono l'effetto di avvicinare le istituzioni ai cittadini, con la credenza, da parte di questi ultimi, che chi propugna la causa l'abbia davvero a cuore.
In una società come quella italiana, nota per la sua sfiducia verso le istituzioni pubbliche, e per la lontananza fra cittadino e sistema di potere, le autorità si rendono conto dell'importanza di creare affezione dei cittadini verso le istituzioni. Attraverso la comunicazione sociale i governi possono apparire migliori, senza punto cambiare il loro comportamento a servizio del gruppo egemone.

Dunque, mentre lo Stato fascista elaborava autonomamente valori che poi propagandava attraverso slogan o massime (come "libro e moschetto, fascista perfetto" o "molti nemici, molto onore"), lo Stato postfascista costruisce la propria immagine etica utilizzando i valori insiti nella stessa società. Esso si propone come una sorta di saggio "grillo parlante", che ricorda a tutti ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ma si tratta di un grillo parlante che predica bene ma razzola molto male.
Alcuni messaggi delle istituzioni potrebbero produrre disorientamento nei cittadini, poiché fanno apparire le istituzioni autorevoli ed etiche, ma nella realtà gli interessi dei cittadini più deboli non sono tutelati e non prevale affatto l'interesse generale. Basti pensare ai frequenti aumenti del gas e dell'energia elettrica, ormai annunciati come un dato di fatto a cui il governo non può opporsi. Oppure ai tagli alla spesa sociale, che hanno penalizzato proprio gli anziani e i disabili, che il Consiglio dei Ministri propaganda di avere a cuore.

Un tema assai trattato dai messaggi del governo è l'uso di stupefacenti, ma nella realtà le istituzioni attuali non fanno nulla per prevenire il problema, e permettono al sistema pubblicitario di stimolare l'uso di farmaci e di alcolici e di abbassare l'autostima, che in diversi studi scientifici risultano essere il preludio per l'uso di droga.
I giovani usano la droga per sentirsi più sicuri, più forti, e per poter esibire capacità sorprendenti. Per questo oggi le droghe più diffuse sono la cocaina e l'ecstasy. Il consumatore di ecstasy diventa comunicativo (per questo l'ecstasy è detta "pillola della comunicazione"), vuole essere più di quello che è, offrendo performance eccellenti. Si tratta dunque (al contrario del passato, in cui prevaleva l'uso dell'eroina, perché la persona che sceglieva di farne uso si sentiva incompresa), di un impulso vitale, rafforzato da una realtà che ci vuole più di quello che siamo.

L'intero sistema, abbassando l'autostima degli individui e piegandoli ad un assetto a loro estraneo, favorisce l'infelicità, il senso di vuoto e il conseguente desiderio di "sballare", ovvero uscire da una realtà di frustrazione, per sentirsi forte, adeguato e soddisfatto. Esistono numerosi studi a questo proposito (1) , ma il governo li ignora, e si limita a trasmettere spot che dovrebbero aiutare i giovani a desistere dal desiderio autodistruttivo. I messaggi delle campagne contro la droga si limitano ad incoraggiare il giovane, o a mostrare la tragica realtà del drogato. Ad esempio, sono state usate frasi come "tu sei più forte di qualunque droga", o "la vita, ragazzi, non bruciatela con la droga", che sono le classiche frasi del buon padre di famiglia. Queste frasi potrebbero anche non avere alcun effetto positivo sui giovani. Infatti, le frasi "Preferisco vivere" e "la vita, ragazzi, non bruciatela con la droga" non tengono conto che molti giovani credono di vivere più intensamente con l'uso della droga, e dunque, paradossalmente, è proprio l'impulso a "vivere" che li spinge a drogarsi. Occorrerebbe dunque riesaminare cosa intendere per "vivere". Nel mondo della pubblicità e dei media, prevale il concetto di vita inteso come "cogli l'attimo" o "fai ciò che senti in modo impulsivo". Questo stile di vita è propagandato perché in armonia con un sistema che esalta l'egocentrismo e svilisce la saggezza, l'autorealizzazione e la vera cultura (che richiedono tempo e impegno). Tale contesto innalza le probabilità che il giovane diventi autodistruttivo o eterodistruttivo.

Dunque, per aiutare i giovani a stare lontani dalla droga, non basta di certo una frase saggia, di quelle che hanno già sentito dai loro genitori o dal parroco, ma occorre modificare il sistema, renderlo meno distruttivo. Il senso di distruttività si combatte con la costruttività, e non soltanto con uno spot.
Talvolta i messaggi di comunicazione sociale inducono il cittadino a sentirsi inadeguato, in colpa, oppure a subordinarsi all'autorità che gli dà quel messaggio, come si trattasse di un figlio minore che si subordina al padre che gli fa' una serie di raccomandazioni. In tal modo le istituzioni guadagnano potere e prestigio, migliorando la loro immagine pubblica senza fare alcunché per risolvere problemi concreti di interesse generale.
Molti non sanno che le grandi imprese private sono promotrici di comunicazioni sociali, attraverso "Pubblicità Progresso".

Come mai le grandi imprese private, che danneggiano in diversi modi la società, (pubblicizzando prodotti nocivi, sfruttando lavorativamente, manipolando i media, ecc.) si trasformano all'improvviso in filantropi e pagano per favorire il "progresso"?
Le imprese private e le istituzioni pubbliche, ponendosi in veste di "educatori", affermano implicitamente la loro superiorità rispetto alla società civile, e, limitandosi a dare semplici messaggi, lanciano un'immagine di alta moralità a loro estranea nei fatti.

Ufficialmente si parla di assunzione di responsabilità delle grandi imprese, come se esse fossero responsabili socialmente.
In Italia, nel 1971, sostenuta dal Consiglio dei Ministri, nacque Pubblicità Progresso, dichiaratamente senza fini di lucro e con lo scopo di comunicare messaggi su problemi morali, civili ed educativi. Fra le campagne realizzate da Pubblicità Progresso, ricordiamo: "Chi fuma avvelena anche te, digli di smettere", "Vai a trovare un malato", "Donate Sangue", "Tuo figlio ha bisogno di una mano, non di violenza", ecc.
L'obiettivo ufficiale era quello di promuovere valori prosociali e diffondere informazioni con l'obiettivo di migliorare l'esistenza umana e stimolare la solidarietà verso i più deboli.

I soci fondatori di Pubblicità Progresso sono:

Concessionaria di pubblicità delle reti Mediaset (PUBLITALIA 80)
Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG)
Associazione delle Imprese di comunicazione ((Assocomunicazione)
Radiotelevisione Italiana (RAI)
Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti (TP)
Unione Nazionale Imprese di Comunicazione (UNICOM)
Utenti Pubblicità Associati (UPA)
Le organizzazioni che fanno parte di Pubblicità Progresso sono:
Associazione Aziende Pubblicitarie Italiane (AAPI)
Art Directors Club Italiano (ADCI)
Associazione Produttori Pubblicitari (APP)
Associazione tra Istituti di Ricerche di Mercato, sondaggi d'opinione, ricerca sociale ((ASSIRM)
Associazione delle Agenzie di Direct Marketing (ASSODIRECT)
Associazione delle Centrali Media e delle Agenzie Media (ASSOMEDIA)
Associazione delle Agenzie di Relazioni Pubbliche a servizio completo (ASSOREL)
Federazione Relazioni Pubbliche Italiana (FERPI)
Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria (IAP)

Le persone comuni ignorano che gran parte della comunicazione sociale è promossa dalle grandi imprese. L'idea che le comunicazioni no profit provengano soltanto dallo Stato è assai diffusa nel paese, e con essa la mancata conoscenza degli effetti che si vogliono produrre attraverso i messaggi. Credere che le comunicazioni sociali siano segno che le istituzioni pubbliche si interessino al benessere dei cittadini significa ignorare gli effetti vantaggiosi che esse ottengono, e che il loro operato non procede nella direzione propagandata attraverso i messaggi sociali.

La gente comune si lascia coinvolgere dal messaggio, ignorando che chi promuove il messaggio etico nella pratica si comporta in modo tutt'altro che etico.
Le grandi imprese si fanno spesso promotrici di buone cause o di "comunicazione sociale" poiché ottengono da essa diversi vantaggi. Da numerose ricerche è emerso che i marchi associati a buone cause o a messaggi positivi, aumentano i profitti e rafforzano l'affezione del consumatore ai loro prodotti. Ad esempio, la società che produce il detersivo Dash, in seguito alla campagna, avviata insieme ad ActionAid, per raccogliere fondi per costruire scuole o infrastrutture in Etiopia, aumentò le vendite del 5%. Ciò è dovuto a vari motivi: le persone sono indotte a fare un'associazione positiva fra l'azienda e la causa per cui essa si batte, e l'immagine del marchio ne esce migliorata. Si tratterebbe dunque di una forma pubblicitaria mascherata, poiché utilizza l'etica per creare nuovi clienti.

La maggior parte delle persone non ama la pubblicità e non la guarda, o la guarda senza particolare interesse, mentre i messaggi di solidarietà o su valori importanti attraggono l'attenzione e di solito sono amati e guardati con trasporto.
E' stato scelto il termine "Progresso" ad indicare una crescita morale ed esistenziale delle persone, ma se gli spot non sono supportati da comportamenti concreti da parte di chi può operare tali miglioramenti (istituzioni, grandi imprese, ecc.) non sarà possibile alcun "progresso". E' come se coloro che reggono il sistema, coscienti dell'involuzione e dei problemi che generano nella società, volessero mostrare di essere il contrario di ciò che sono, attraverso campagne che saranno gradite ai cittadini. Questi ultimi ignoreranno del tutto il vero scopo della comunicazione sociale, e dunque ne subiranno gli effetti.
Le Associazioni che hanno promosso o sostengono Pubblicità Progresso, non agiscono in armonia con i valori o le regole propagandati, ma vogliono far apparire il contrario. Ad esempio, l'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), ha emesso, nel 1995, un Codice dell'autodisciplina pubblicitaria che sostiene principi completamente violati nei fatti.
Ad esempio, gli articoli 1, 2, 6, 9, sostengono:

Art. 1 - Lealtà pubblicitaria
La pubblicità deve essere onesta, veritiera e corretta. Essa deve evitare tutto ciò che possa screditarla.

Art. 2 - Pubblicità ingannevole
La pubblicità deve evitare ogni dichiarazione o rappresentazione che sia tale da indurre in errore i consumatori, anche per mezzo di omissioni, ambiguità o esagerazioni non palesemente iperboliche, specie per quanto riguarda le caratteristiche e gli effetti del prodotto, il prezzo, la gratuità, le condizioni di vendita, la diffusione, l'identità delle persone rappresentate, i premi o riconoscimenti.

Art. 6 - Dimostrazione della verità dei messaggi
Chiunque si vale della pubblicità deve essere in grado di dimostrare, a richiesta del Giurì o del Comitato di Controllo, la veridicità dei dati, delle descrizioni, affermazioni, illustrazioni e la consistenza delle testimonianze usate.

Art. 9 - Violenza, volgarità, indecenza
La pubblicità non deve contenere affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale o tali che, secondo il gusto e la sensibilità dei consumatori, debbano ritenersi indecenti, volgari o ripugnanti.

Tutti sanno che le pubblicità commerciali sono ingannevoli (le merendine non sono genuine come viene detto, gli alcolici non migliorano la vita e non danno prestigio, non basta una saponetta per avere successo, ecc.), che spesso calpestano i valori, e che molte sono offensive della dignità umana, eppure l'IAP propaganda un'improbabile tutela dei cittadini contro gli effetti negativi della pubblicità.
Diverse ricerche evidenziano i vantaggi delle istituzioni e delle imprese nel promuovere la comunicazione sociale, mentre gli effetti sulla realtà sociale non sono stati accertati.

Scrive lo studioso Alessandro Venturi:

"A meno che un problema non rimanga nell'agenda dei media per lungo tempo, il pubblico attivo creato da una campagna di comunicazione non formerà cognizioni, né svilupperà atteggiamenti, né intraprenderà comportamenti correlati al problema. Invero, il pubblico creato dalla campagna potrebbe tornare ad uno stato passivo dopo che questa è finita".(2)

Ciò accade anche perché, nonostante la campagna possa colpire l'attenzione, si tratta di informazioni già presenti nella società. Quale giovane non sa che la droga lo distrugge? Chi non sa che bisogna aiutare i più deboli? Chi non sa che la guida in stato di ebbrezza può provocare incidenti? Nessuno.

I messaggi tendono semplicemente a riaffermare e a rafforzare valori e informazioni già esistenti nella società, ed è questo che permette gli effetti positivi di cui beneficiano istituzioni e imprese.

Il Consiglio dei Ministri ha approfittato della comunicazione sociale per creare affezione a ciò che una volta era opinabile, ma che oggi è diventato un obbligo. Infatti, una campagna di comunicazione sociale patrocinata dal governo mirava a festeggiare il 50º anniversario del Trattato di Roma, dunque non considerava temi di utilità sociale ma voleva semplicemente persuadere dell'importanza di appartenere all'Unione Europea.
Mentre negli anni Sessanta e Settanta era possibile discutere circa la giustezza o meno di stipulare accordi con altri paesi europei e di formare organismi sovranazionali, oggi questa realtà risulta irreversibile, anche se i cittadini europei si accorgono, sempre più, che si tratta di un modo per assoggettare i popoli e limitare gravemente la democrazia. Una recente indagine dell'Eurostat provava che il 55% dei cittadini greci, il 50% di quelli inglesi, il 53% degli olandesi, il 37% dei danesi, il 33% dei francesi, e il 25% degli spagnoli vedono l'Unione Europea come una minaccia. Eppure, di fatto, questi cittadini non possono far nulla per arginare il meccanismo che mira a dare sempre più potere ad un gruppo di persone che non sono elette e sono assai distanti dall'operare nell'interesse dei popoli europei.

Dunque, lo Stato vuole apparire etico, non certo esserlo. Promuovere i valori più cari agli italiani, come la difesa dei più deboli e la solidarietà, significa stimolare l'identificazione fra cittadino e istituzione, e rafforzare la fiducia verso lo Stato.
I governi italiani, specie negli ultimi anni, hanno tagliato drasticamente la spesa pubblica (ma spendono molto denaro nei messaggi sociali), peggiorando la condizione dei più deboli. Promuovere campagne etiche a favore della solidarietà ai disabili e poi privarli di sussidi o di servizi a loro necessari, appare una stridente contraddizione.
Inoltre, le campagne contro il razzismo sono in contraddizione con l'allarme che viene creato dai mass media e dalle istituzioni circa il "pericolo" degli immigrati. E' un segno chiaro di razzismo dare notizie di crimini per la maggior parte commessi da immigrati, considerando che tali crimini sono soltanto una parte minima di quelli che vengono commessi quotidianamente (oltre il 90% di stupri e omicidi è commesso da italiani). Il cittadino viene indotto così a credere che i reati come stupro o omicidio siano commessi quasi esclusivamente da immigrati, e dunque iniziano a nutrire diffidenza o ostilità verso gli stranieri poveri.

Talvolta la comunicazione sociale punta ad attrarre l'attenzione utilizzando, oltre a parole e immagini non gradevoli, anche l'infelicità, le immagini problematiche, che suscitano tristezza o pianto. Al contrario, la pubblicità commerciale stimola il sentirsi allegri, come se acquistando il prodotto si acquistasse anche la felicità.
Alcune campagne di comunicazione sociale utilizzano toni severi, come se lo spettatore fosse una persona su cui dover esercitare pressione o invocare un'astinenza o una privazione. Mentre la pubblicità commerciale invita, con allegria e festosità, al consumo (anche di prodotti nocivi), le campagne di comunicazione sociale invitano al controllo sugli istinti o sulla pulsione che invita al piacere.
Le persone si trovano a ricevere, dal sistema, dosi elevate di inviti e stimoli al piacere e al consumo, e dosi meno elevate di messaggi che li esortano al controllo, alla privazione e alla temperanza.

I valori sostenuti da alcune campagne di comunicazione sociale, come la solidarietà, l'altruismo e la tutela della salute, sono assenti nella pubblicità commerciale che, al contrario, esalta l'egocentrismo e l'egoismo, il consumo di alcol e la superiorità di alcuni in ordine al possesso di oggetti.

Dunque, nonostante il sistema nel suo insieme (istituzioni, mass media, gruppi dominanti, ecc.) promuova uno stile di vita basato sulla scarsa considerazione degli altri e sulla ricerca di piaceri immediati, la comunicazione sociale, promossa dalle stesse fonti, propugna il contrario. Le istituzioni non fanno nulla di concreto per impedire che venga promosso uno stile di vita contrario ai valori delle campagne di comunicazione sociale. E' come se la comunicazione sociale fosse staccata dal resto della realtà, come un messaggio diretto ai cittadini e non alle grandi imprese, che potranno continuare ad agire in senso contrario senza trovare alcun ostacolo.

La comunicazione sociale è di tipo verticale, e i cittadini non possono direttamente farsi promotori di campagne "educative" rivolte alle imprese, alle banche o alle istituzioni. Eppure, per un vero progresso, ci sarebbe un enorme bisogno di rivolgere appelli a chi rende oggi la realtà sempre più difficile, e talvolta agisce in modo criminale.

Le campagne dei cittadini potrebbero essere davvero molte. Ad esempio:

- "Campagna per indurre le istituzioni a tutelare le donne in caso di minacce di morte dai loro partner o ex partner (molte donne uccise avevano denunciato più volte il loro aguzzino, senza alcuna risposta dalle istituzioni).
- Campagna: "se in una democrazia si può parlare di tutto perché i politici non parlano di signoraggio delle banche?"
- Campagna per chiedere ai banchieri di ridarci la sovranità monetaria.
- Campagna per dare ai parlamentari lo stipendio medio degli italiani (1.350 euro al mese, il più basso in Europa - fonte Ocse).
- Campagna per fare in modo che i proprietari delle società come la Thyssenkrupp, e degli stabilimenti di Niederurnen e Payerne, paghino per i loro crimini.
- Campagna per fermare i genocidi commessi dalle autorità statunitensi in Iraq, in Somalia, in Afghanistan e in altri paesi del Terzo Mondo.
- Campagna contro la disinformazione e le gravi mistificazioni dei telegiornali di Stato.
- Campagna per liberare il paese dall'occupazione militare statunitense.
-Campagna per auspicare che in tutti i programmi televisivi venga detta la verità sullo stato attuale del pianeta. Ad esempio, affinché Licia Colò spieghi le reali condizioni dei paesi del Terzo Mondo di cui parla per incrementare il turismo di massa, e affinché Piero e Alberto Angela, quando parlano della vita media raggiunta grazie agli straordinari progressi scientifici, ricordino che nelle aree povere la vita media è assai più bassa che nel mondo ricco (intorno ai 35/40 anni, contro i 78,20 anni della vita media europea)".

E chissà quanti altri temi gli italiani vorrebbero trattare se fossero liberi di farlo, e se vivessero in un sistema in cui davvero i cittadini contassero qualcosa. Le campagne che mirano davvero a far emergere il marcio che c'è nelle attuali istituzioni non saranno, ovviamente, mai fatte dal governo o dalle grandi imprese.
Un tipo di comunicazione sociale falsa e ipocrita è stato il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Egli dichiarò:

"Ho visitato istituti di ricerca e di formazione, che possono ben vantare il titolo di centri di eccellenza, questi sono fatti e sono motivi di fiducia nell'avvenire dell'Italia. Il problema sta nel come valorizzare e incoraggiare dovunque nel paese questo dinamismo, nel come trasmettere questi impulsi all'intero sistema Italia, puntando sull'innovazione e sul merito. Privilegiando fortemente l'istruzione, così da giungere via via ad un più alto tasso di crescita, a una crescita più sostenuta e generale in cui sia pienamente coinvolto il mezzogiorno".(4)

Che istituti di ricerca ha visitato il presidente? L'Istituto Nazionale di Ricerca (CNR) è un luogo in cui ben 2500 persone, su settemila, sono precarie e percepiscono uno stipendio da fame. Ovviamente, i ricercatori più brillanti vanno a lavorare all'estero. Questa non è certo una situazione eccellente.
Napolitano vuol far credere, parlando di "innovazione e merito", di essere così tanto rimbambito o ingenuo da non sapere che in Italia attualmente esiste un sistema clientelare e corrotto, sorretto dai partiti.

Inoltre, Napolitano fa intendere il luogo comune che il mezzogiorno non sia "dinamico" a sufficienza, facendo credere che se il Sud Italia non si è ancora sviluppato economicamente è per motivi da imputare ai suoi abitanti. Questo è storicamente errato, poiché il sistema, già dopo l'Unità d'Italia, ha favorito una serie di pregiudizi negativi verso i meridionali, per nascondere lo sfruttamento del Sud a favore del Nord. Oggi esistono diversi impedimenti allo sviluppo del Sud (mafia, corruzione, clientelismo dei partiti, ecc.), come molti italiani sanno.
Il presidente dice anche di essere scosso "dall'orribile rogo di Torino", ma non ha il coraggio nemmeno di citare il nome della società responsabile del crimine. Egli rimane nel vago, com'è tipico della propaganda.

Nel 1962, Dario Fo e Franca Rame furono censurati a "Canzonissima", per aver parlato di morti bianche e incidenti sul lavoro. Oggi nella nuova propaganda vengono trattati anche questi problemi, senza però dare modo di comprendere le loro cause e i responsabili. Ad esempio, Napolitano, sempre nel discorso di fine anno, parla dei problemi del lavoro ma non parla delle leggi che hanno permesso lo sfruttamento lavorativo, o delle privatizzazioni in seguito alle quali la sicurezza sul lavoro è diminuita, a causa degli scarsi investimenti.

I politici parlano della povertà, della disoccupazione, del precariato e di altri problemi degli italiani, curandosi di restringere il fenomeno e di allontanarlo dalle sue vere cause e dai suoi responsabili. La nuova propaganda mira a far apparire le autorità come interessate al benessere della società, mentre dietro le quinte sono a servizio di coloro che perseguono la strada opposta. Creano in tal modo un'immagine falsata, o non facilmente comprensibile, della realtà.

Mentre il metodo fascista era quello del "non dire e non far dire", il metodo della nuova propaganda è quello del "dire senza far capire" (in alcuni casi ricorrono anche al "non dire e non far dire"). Tale metodo è assai più sottile ed efficace, perché da' un senso di libertà, come se le autorità fossero autorevoli e concedessero una vera libertà d'informazione. In un contesto in cui si crede di essere informati c'è meno consapevolezza che le autorità manipolino i media. Inoltre, viene a mancare la predisposizione psicologica di sapere la verità e di informarsi in modo corretto, essendo convinti che tutto quello che c'è da sapere venga detto dai canali ufficiali. Al contrario, durante la dittatura fascista, molti italiani sapevano che l'informazione era manipolata e che non veniva detto tutto.

Mussolini, quando c'era qualche evento importante e le telecamere riprendevano la città di Roma, usava artifici per nascondere le periferie degradate, le nostre autorità, invece, mandano i giornalisti a riprendere le zone più degradate, per mostrare la povertà degli italiani e degli immigrati, senza però spiegare le cause e i veri motivi politici ed economici del degrado. Talvolta inducono a credere che non ci siano responsabilità precise, o che le stesse vittime siano le uniche responsabili.
Parlando della guerra in Afghanistan, Napolitano ha utilizzato parole come "missioni", "pace e sicurezza internazionale", "aggressività del terrorismo", e "militari... che affrontano l'estremo rischio". Le sue parole ricordano la propaganda delle autorità statunitensi. Nessun cenno alle migliaia di morti afghani (a questi morti non sarà mai dedicato nemmeno un minuto di silenzio), né ai mutilati dalle bombe americane, né a come l'Afghanistan è stato trasformato in un paese produttore di droga e controllato da gruppi mafiosi a servizio di Washington.

Napolitano definisce le autorità statunitensi il "maggiore storico alleato", come si trattasse di persone rispettabili e di un'alleanza di cui essere fieri.
Il presidente ha anche esaltato la Costituzione italiana, come se essa fosse rispettata dagli attuali personaggi al potere. Ha detto che i soldati italiani all'estero conducono una "missione" nello "spirito della Costituzione Repubblicana". A meno che non sia gravemente affetto da qualche forma di imbecillismo, egli sa benissimo che la nostra Costituzione "ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" (Art. 11). Dire che andare ad uccidere afghani, sotto comando di chi ha distrutto il paese, sia in armonia con la Costituzione, equivale a dire l'assurdità che la nostra Costituzione contempli una "pace" a suon di bombe. Mistificare fatti che costano la vita, tutti i giorni, a centinaia di persone (e non soltanto in Afghanistan), significa diventare complici di chi si macchia di genocidi e di crimini contro l'umanità.

Alla fine del messaggio di Napolitano furono mostrate immagini della Costituzione e dei "padri" che l'hanno creata, a far intendere, erroneamente, che le nostre istituzioni attuali siano rispettose della Costituzione. Questo genere di comunicazione sociale è altamente ipocrita, e dietro il paternalismo nasconde la difesa di un assetto basato sulla guerra e sulla repressione della volontà popolare. Nel mostrarsi solidale a chi ha problemi economici e di lavoro, Napolitano ha esibito un comportamento truffaldino, in quanto egli è complice di coloro che creano i problemi economici e finanziari dell'Italia. Se così non fosse, denuncerebbe la corruzione delle istituzioni e lo strapotere delle banche.

La nuova propaganda si articola sulle campagne mediatiche di comunicazione sociale e attraverso i discorsi delle autorità. Una propaganda sempre più difficile da riconoscere come tale, poiché grazie alle attuali conoscenze di psicologia sociale è possibile condizionare la mente facendo credere alle persone di agire eticamente. L'unica difesa possibile è il lucido confronto fra parole e fatti.

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NOTE
1) Vedi anche Antonella Randazzo, "Essere consapevoli dell'influenza della pubblicità, della TV, dei videogiochi", Edizioni Leone Verde, Torino 2007.
2) Venturi Alessandro, "L'efficacia delle campagne sociali", in Gadotti Giovanna, La comunicazione sociale, Arcipelago Edizioni, Milano 2001, p. 312.
3) "Corriere Romagna", 3 febbraio 2005.
4) Napolitano Giorgio, Discorso di fine anno agli italiani a reti unificate, 31 dicembre 2007.

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Commenti  

 
+1 #2 Giovanni 2010-04-18 20:31
Grandissima..... ;-)
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+3 #1 corrado 2010-04-17 16:30
Grandissima..... 8)
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IN UN MONDO IN CUI L'1% DELLA POPOLAZIONE POSSIEDE IL 40% DELLA RICCHEZZA PLANETARIA, IN UN MONDO IN CUI 34.000 BAMBINI MUOIONO OGNI GIORNO PER POVERTA' E MALATTIE CHE SI POSSONO PREVENIRE, E DOVE IL 50% DELLA POPOLAZIONE MONDIALI VIVE CON MENO DI 2 DOLLARI AL GIORNO, UNA COSA E' CHIARA C'E' QUALCOSA DI PROFONDAMENTE SBAGLIATO. E CONSAPEVOLI O NO IL SANGUE CHE DA VITA A TUTTE LE NOSTRE ISTITUZIONI E QUINDI ALLA NOSTRA STESSA SOCIETA' E' IL DENARO!

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