di Massimo Fini
Per capire com’è conciata la Nato in Afghanistan bastano due episodi accaduti questa settimana. Lunedì c’è stato, a Roma, l’incontro dei rappresentanti dei 45 Stati che occupano quel Paese. Inaspettatamente era presente un iraniano di alto livello, Alì Oanezadeh, verso il quale gli americani si sono mostrati insolitamente cordiali. Alla fine Holbrooke ha detto:
“Riconosciamo che l’Iran ha un ruolo da giocare per una soluzione”.
Ma come?
L’Iran non era uno dei tre Paesi dell’”asse del Male“, uno degli “Stati canaglia“, violatore dei “diritti umani“?
E la povera Sakineh, in fondo solo colpevole di aver fatto accoppare il marito?
Tutto messo nel ripostiglio, per il momento. Per piegare l’Afghanistan va bene anche l’Iran.
Mi ha chiamato la Radio iraniana e l’intervistatrice, Amina Rasj, mi ha chiesto che cosa ne pensassi di queste profferte americane. Ho risposto che, a mio avviso, accettarle sarebbe per l’Iran un grave errore politico oltre che un’infamia. “Un errore perché se agli americani riesce una ‘exit strategy’ dall’Afghanistan il prossimo obiettivo siete voi. Un’infamia perché andreste ad aiutare Golia contro Davide, contro un Paese che lotta, da solo, contro mezzo mondo”. Ma dubito che gli iraniani ci sentano da questo orecchio. Sono sempre stati ostili ai talebani, perché li vedono come dei concorrenti ideologici, più “duri e puri”, e non li hanno mai aiutati.
Il secondo episodio riguarda le notizie che sarebbero in corso trattative a Kabul fra Karzai e “alti comandi” talebani legati direttamente al Mullah Omar sotto il patrocinio del mitico generale Petraeus che avrebbe addirittura facilitato il trasferimento, via aereo, di questi negoziatori dai loro “covi” in Pakistan a Kabul. Una balla ridicola. Se gli americani avessero saputo dove si trovavano questi “alti comandi” li avrebbero già fatti fuori come han fatto con altri leader talebani. È una manovra per cercare di dividere i talebani, come afferma Abdul Salan Zaeef, ex ambasciatore del governo talebano a Islamabad, catturato dopo la caduta dell’Emirato e, prima di finire a Guantanamo, passato per le carceri di Bagram e Kandahar dove è stato denudato e deriso dai militari americani, uomini e donne, mentre un altro scattava fotografie, ma che da tempo si è staccato dal movimento del Mullah Omar.
All’inviato del Corriere, Lorenzo Cremonesi, che gli chiedeva se i guerriglieri non fossero indotti alla trattativa perché nell’ultima offensiva di Petraeus avrebbero perso quasi 5000 uomini, Zaeef ha risposto: “Chi mette in giro questa leggenda non sa nulla degli afghani. Se uccidono mio fratello devi morire pur di vendicarlo… Petraeus ha lanciato un’offensiva massiccia ma ha rilanciato la guerriglia. Siamo fatti così. La guerra è parte della nostra cultura. Più ci ammazzano e più diventiamo coriacei”.
In realtà contatti fra emissari di Karzai e di Omar sono in corso da un anno. Non a Kabul, in Arabia Saudita sotto il patrocinio del principe Abdullah. Ma la precondizione posta da Omar è che prima di iniziare qualsiasi trattativa le truppe straniere se ne devono andare. E dice Zaeef: “Queste condizioni non sono mai cambiate. Per i talebani l’Afghanistan è dal 2001 sotto occupazione, non riconoscono Karzai, il governo, la Costituzione, le elezioni. E quindi prima la coalizione si ritira. Poi ci penseranno i talebani a trattare con il resto del Paese”.
Sarebbe giusto così: sono gli afghani che devono decidere del proprio destino. E la “exit strategy“?
Siamo noi che abbiamo creato “il pantano afghano” ed è giusto che ne usciamo coperti del fango che ci siamo meritati.
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